Stai leggendo quest’articolo il cui titolo ha richiamato la tua attenzione e stanne certo che fra poche frasi o poche parole sarai sovrappensiero. O sottopensiero?

Andiamo per ordine. Partiamo da un classico esempio. A scuola (a lavoro, al cinema, al museo, al convegno, in sala di attesa, all’ ufficio postale, etc.) ti sarà capitato almeno una volta (una sola volta?) di essere stato sovrappensiero durante la lezione quando improvvisamente l’insegnante ha pronunciato il tuo nome. BAM! Sei tra noi? Ma che è successo? Eri “assente”, come se ti fossi addormentato. Ma non proprio addormentato. È scattato un interruttore on/off e il mondo esterno con tutti i suoi molteplici stimoli è diventato remoto. Prendi nota: il focus della tua attenzione non era più concentrato su compiti esterni da risolvere ma era immerso in compiti interni.
Forse stavi viaggiando nel tempo tra il passato dei tuoi ricordi e i progetti del tuo futuro.
Forse stavi immaginando di stare con una bella persona simulando scene proibite.
Forse stavi allenandoti in un esercizio cognitivo che da sempre ti fa piacere condurre nella tua solitudine mentale.
Forse addirittura era proprio come quel tipo di sonno senza sogni che dura qualche minuto ma al risveglio ti pare che sia passata mezza giornata.

Ti sei già distratto eh? Ammettilo. Ma io sono come te, anche io mi distraggo o distraggo i miei pensieri saltando da un argomento all’altro. È naturale per un autostoppista psicologo. Mind-wandering, “mente errante” la chiamano i ricercatori. Anche le digressioni, il “non rimanere in tema”, “perdere il filo”, sono comportamenti imparentati con questa (apparente) incapacità di tenere concentrata in modo continuativa l’attenzione sul target. Sovrappensiero. O sottopensiero?

Perchè “sovrappensiero” e non “sottopensiero”? Ho chiesto ad amici perchè preferiscano “sovrappensiero” e mi hanno risposto che dire “soprappensiero” è coerente con l’idea che il pensiero sia un po’ come una linea, collegata alla realtà magari noiosa o opprimente, dalla quale ti innalzi (“sovra”) e ti stacchi e vai lontano, in alto, come le nuvole. In alto si va perchè leggeri, in basso perchè pesanti. Almeno secondo quanto suggeriscono le percezioni. Anche culturalmente, nel nostro distretto geografico e culturale, “sopra” evoca un senso di leggerezza, senza peso, sopra c’è l’aria, le nuvole su cui gli angeli di Raffaello poggiano i loro gomiti. “Sopra” è il luogo delle anime cristiane in paradiso. Sotto è tutto ammassato. Profondo. Buio. Sopra c’è luce, sotto la luce è spenta. Il nostro fiuto alla sopravvivenza (anche qui “sopra”…) dà la precedenza al “sopra” rispetto al “sotto”.

Ma “sopra” che tipo di pensiero c’è? E “sotto” pensiero cosa diventa il pensiero? Come puoi immaginare la questione da qui in poi diventa estremamente pericolosa perchè si finisce per attivare un gioco linguistico, letterario, filosofico che come sappiamo è sofisticato ed attraente e quindi inutile. Rimaniamo a terra e concentriamoci sulla linea di pensieri che conducono alla metafora dello spazio. Perchè è lo spazio il punto di riferimento, le coordinate spaziali in cui si muove il corpo ovvero la struttura fisica continuamente monitorata dal complesso apparato sensomotorio e dal sistema dell’equilibrio vestibolare. Dalle più semplici attività biologiche interne ed esterne alle attività neuropsicologiche più complicate, il nostro organismo insomma è saldamente vincolato dalla direzione alto/basso, su/giù, verticale/orizzontale. Una serie di piani spaziali e gravitazionali che condizionano “pesantemente” le espressioni metaforiche come “stare sovrappensiero”.

I neuroscienziati tra l’altro hanno scoperto che c’è un apparato neurologico che aumenta la sua attività proprio quando siamo “sopra” o “sotto” pensiero. Dato che assomiglia ad una sconnessione dell’attenzione da compiti impegnativi esterni, quasi una ritirata verso un riparo per ricaricarti, l’hanno chiamato il default mode network, una modalità di ripristino a stati iniziali della rete. L’aspetto buffo ma illuminante sta nel fatto che quando pensi di staccarci dalle pressanti richieste esterne per una pausa sognante, proprio questa apparente pausa coincide con un’intensa attivazione di una rete di strutture e scambi neurochimici. Lavori anche quando ti riposi. Con delicatezza potresti farlo notare al tuo infastidito interlocutore che ti ha sorpreso “tra le nuvole”…

Adesso, sei in grado di quantificare le volte in cui ti sei distratto durante la lettura dell’articolo e sei andato spazialmente “sopra” o “sotto” pensiero? Forse non così tante volte, anzi forse ti sei ditratto in un altro modo. Hai letto sino a qui diminuendo l’intensità della tua coscienza. Qualcosa di simile succede quando stai guidando l’automobile e parli contemporaneamente al cellulare o con il passeggero accanto a te. La consapevolezza verso il compito primario si è assottigliata, dissolta. Perchè non solo si va su e giù o di lato o intorno ai pensieri ma la propria consapevolezza può aumentare o diminuire. Sono gradazioni di consapevolezza. La quale non brilla sempre come una giornata perenne, anzi ha frequenti fenomeni crepuscolari o mattinieri.

Ehi è finita la lettura. Ritorna ai tuoi pensieri e salutameli. Sono sempre i benvenuti.

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