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La coscienza è un rumore di fondo nella macchina del cervello. È la provocatoria sintesi di Michael Graziano in un suo articolo combattivo su Atlantic. 

Il cervello umano insiste a dire che abbiamo una coscienza con tutti i misteri fenomenologici. Ma questo avviene perchè il cervello costruisce questa illusione per avere proprio gli effetti di questa illusione. Il cervello è vincolato dall’informazione che contiene e non conosce altro. […] Noi descriviamo una coscienza non fisica, elusiva, irriducibile e inspiegabile perchè la quantità di informazione nel cervello è incoerente. La coscienza non è altro che un rapido abbozzo.

Un abbozzo di cosa? Il cervello elabora informazioni. Le sue risorse le concentra su questo apparato di dati come un possente computer meccanicistico e complesso. Il cervello quindi sviluppa una descrizione di questa attività. Formata da milioni di anni di evoluzione, questa strana bizzarra ed essenziale ‘descrizione’ disegna un “me” e uno stato soggettivo della coscienza.Questo è il motivo per cui non riusciamo a spiegare come il cervello produca la coscienza. Lasciatemi essere il più chiaro possibile: la coscienza non esiste. È un concetto errato. Il computer decide che ha un ‘qualia’ perchè è utile come se fosse un modello esemplificato di sè. Il nostro compito di scienziati consiste nello spiegare come il cervello costruisce l’informazione, come raffigura il mondo in svariate maniere, come rappresenta se stesso e utilizza questi modelli per il proprio vantaggio.

Lo studio della coscienza deve essere ripulito dal misticismo di cui è stato sovente impregnato. La coscienza non è tanto materia di filosofia, di religione o di opinione, ma di hard science. È materia per comprendere il cervello e la mente – una scultura di miliardi di informazioni. È pura materia di ingegneria. Se riusciamo a comprendere i meccanismi del cervello possiamo riprodurli nei nostri computer. La coscienza artificiale potrebbe essere l’hard problem di cui occuparci.

In poche parole, Graziano ci dice che delle varie attività che svolge per gestire informazioni e farci interagire con il mondo, il cervello ne svolge una specifica sulla globalità di esse. Costruisce un modello per attribuire una specie di identità al lavorio di fondo. È come l’orchestrazione che un compositore applica alle sue idee musicali. 

Il rumore di fondo è costituito dall’incessante lavoro delle attività neuropsicologiche e il cervello non lo trascura. Gli dà una voce, quella che alle volte ci giunge sotto forma di monologo interiore. È il suono del senso di sè privato e personale, dell’io proprietario di quella voce che rimane più o meno la stessa nonostante lo scorrere del tempo, le sfide sociali, le transitorie alterazioni psichice. Molto rumore per nulla sembra, invece è per un’incedibile coscienza.

link all’articolo sull’Atlantic di Michael Graziano

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