Thoughts and ideas

Cosa succede quando una persona non riesce più a parlare con se stessa? Insomma, quando scompare quella voce interiore che spesso accompagna pensieri, passeggiate o gli attimi in cui chiudete gli occhi e vi state addormentando? In un affascinante articolo su Nautilus viene descritta l’esperienza di una paziente:

Ma una delle conseguenze più profonde è stata la perdità dell’abilità di parlare a se stessa. Per alcuni mesi non ha più sentito il suo monologo interiore senza aver la possibilità di elaborare i propri pensieri nella maniera psicologicamente più “normale”. La capacità di parlare con se stessi (self-talk o inner speech) è essenziale per concettualizzare le nostre emozioni, elaborare i ricordi o fare previsioni sul futuro. È intrinsecamente associata al senso del sè. 

La relazione tra il linguaggio e il sè è più chiara nell’età dello sviluppo quando siamo bambini. Mentre impaa ad apprendere il significato e l’uso del linguaggio i bimbi diventano più consapevoli di se stessi e del posto che occupano nell’ambiente. Se non sviluppano un linguaggio come ci si aspetterebbe spesso siamo di fronte ad un problema, come nel disturbo autistico, un problema che può anche essere associato con un deficit di consapevolezza di sè e di abilità sociali“.

La paziente aveva avuto un ictus e tra le conseguenze ha sofferto di una grave afasia, cioè l’incapacità di esprimere parole in modo comprensibile. A rendere ancora più drammatica la situazione era il fatto che prima della malattia fosse in grado di parlare sei lingue, e poi il black out. Non solo non era capace di esprimersi o di comprendere il linguaggio, ma era persino cessato il classico dialogo che si intrattiene abitualmente “dentro” di sè.

È una questione particolarmente interessante, in fondo che sia dialogo o monologo si tratta comunque di una “voce” e l’attribuisci a te. Ne sei proprietario e, come spesso accade su funzioni tanto sofisticate, te ne accorgi quando perdi questa spontaneità a dirti parole senza che altri sentano. Sono parole che puoi pure esprimere ad alta voce da solo o in presenza di altre persone, ma non è la stessa cosa. In effetti è un fenomeno estremamente speciale con la caratteristica che non è precisamente sotto il nostro controllo, cioè non possiamo interromperlo come un interruttore on/off. A meno che intervenga un problema organico o un alterazione chimica.

La vecchia espressione “voce della coscienza” è come un’allucinazione consensuale tra le cellule del nostro cervello con uno strano rapporto col silenzio. E quel silenzio in fondo siamo noi.

 

link all’articolo su Nautilus

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