Di recente il neurologo e inventore Phil Kennedy ha osservato su un megaschermo il filmato di un intervento chirurgico per l’inserimento di elettrodi speciali in un cervello umano.
La cosa interessante è che il cervello era il suo e il filmato è stato girato in un ospedale del centro America (negli States non ne aveva trovati disposti ad assumersi il rischio) dove si sottoponeva all’intervento con l’obiettivo di “smuovere” le acque del settore della neurochirurgia specializzata nel rendere possibile la comunicazione tra il cervello e macchine esterne (bci, brain-computer interface) a beneficio di quei pazienti che soffrono di gravi danni neuromuscolari. Dato che gli investimenti in questo settore vanno diminuendo, ha pagato di tasca sua l’intervento con la speranza di suscitare nuova attenzione e di ricavare nuovi dati dall’esperimento chirurgico.

Saltano agli occhi 2 principali questioni. In primo luogo, quanto possa essere etico un esperimento invasivo di questo genere senza che vi sia un’evidente patologia. In secondo luogo, c’è un errore metodologico da manuale sulla relazione tra sperimentatore e variabile che si vuole studiare. Infatti, il primo dovrebbe adottare una serie di procedure per non influenzare l’esito dell’esperimento a favore delle proprie aspettative. In questo caso, il convolgimento è al 100%!

Ma l’aspetto forse più curioso è il fatto che esperimenti di questo genere non sono più un’effettiva novità. Inserire tecnologia inorganica dentro il corpo è qualcosa che fa parte della chirurgia prostetica come della cultura pop. Insomma, il nostro dottore sembra più un cyberchirurgo vintage.

Attendiamo il momento in cui tessuto nervoso umano sia impiantato nei circuiti di una macchina.

Link all’articolo su Mit Technology Review

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