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[…] Mi resi conto che gli interrogativi sulla vita, la morte e sul senso dell’esistenza che tutti noi ad un certo punto dovremo affrontare, solitamente sorgono in un contesto medico. Nelle reali situazioni in cui incontri questi interrogativi tutto diventa necessariamente un esercizio biologico e filosofico. 
Gli esseri umani sono organismi soggetti alle leggi fisiche che implicano tra le altre cose la legge sull’entropia, la quale aumenta inesorabilmente. Le malattie sono fatte di molecole che si comportano scorrettamente; il requisito base della vita è il metabolismo e la cui interruzione equivale alla morte.


Mentre tutti i medici hanno a che fare con le malattie, i neurochirurghi lavorano nel punto cruciale dell’identità della persona: ogni operazione al cervello è per necessità una manipolazione della sostanza nostro sè e ogni conversazione con il paziente che rigurda un intervento chirurgico non è molto di aiuto se non si affronta questo fatto. 


Inoltre, un’operazione al cervello per il paziente e la famiglia è in genere l’evento più drammatico che abbiano mai affrontato e come tale ha ripercussioni su ogni importante evento della propria vita. In questi momenti cruciali, la domanda non riguarda più semplicemente se vivere o morire ma il tipo di vita che è degno di essere vissuta. Scambieresti la tua abilità – o quella di tua madre – di parlare con pochi mesi in più di vita silenziosa? La quasi cecità in cambio dell’eliminazione di una minima possibilità di un’emorragia cerebrale fatale? La funzione della tua mano destra per bloccare le crisi epilettiche? Quanto faresti soffrire neurologicamente tuo figlio prima di constatare che sia preferibile la morte? 


Dal momento che il cervello è l’intermediario con l’esperienza del mondo, ogni problema neurologico costringe paziente e famiglia, guidati idealmente dal medico, a dare una risposta a questa domanda: che cosa rende la vita abbastanza sensata da continuare a viverla?

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