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Sul blog Dropsea l’ottimo Gianluigi Filippelli approfondisce una serie di problemi che riguardano la divulgazione della matematica. Una disciplina particolarmente ostica data la sua natura decentrata rispetto al mondo concreto.

Io dico che la matematica sia un po’ diabolica e credo di non essere l’unico. A parte i pochi numeri di cui facciamo esperienza ogni giorno tra bollette, transazioni commerciali, dimensioni corporee, la matematica spesso ha poco a che fare con la realtà dei nostri sensi. Ha un linguaggio notevolemente astratto e nello stesso tempo funziona quando si tratta di progettare e realizzare strumenti che aiutano in parecchie attività umane. Eppure la matematica se raccontata con la giusta dose di semplicità, metafore e competenza si rivela un formidabile ring di emozioni. Un po’ come nella psicologia di un’asettica partita a scacchi. Ecco un brano dell’articolo di Filippelli particolarmente interessante per uno psicologo autostoppista:

Sulle difficoltà del racconto della scienza, vi rimando a quanto scrissi tempo addietro, mentre sulla matematica nello specifico, confermo: è decisamente più complesso. Non solo c’è la questione del formalismo di cui sopra, ma anche l’operazione di riduzione dell’argomento in termini quanto più semplici (ma non banali) possibile. E’ qualcosa che ha a che fare con il rischio Kazzenger…

Al contrario della situazione in matematica per la divulgazione in psicologia serve un percorso inverso. Come è noto, gli psicologi non hanno problemi di astrazione. I loro testi o articoli divulgativi sono espressi con parole che utilizza la commessa, il barbiere o il cameriere che vi porta la pizza al tavolo. Potete farvi un giro tra i vari blog di psicologi per farvi un’idea. Anche gli argomenti che trattano pur nella loro effettiva serietà fanno parte della vita quotidiana. Eppure, alle volte sembra di leggere dei temi di scuola, ineccepibili e banali. Non a caso c’è una inesauribile attrazione tra la letteratura e la psicologia. Insomma, chi intende divulgare la psicologia dovrebbe puntare più al tecnicismo e meno alla semplicioneria e suscitare più pensiero critico che facili persuasioni narrative.

Ma ancora un altro passaggio interessante nell’articolo di Filippelli:

Forse il vero punto da scardinare è il terzo, il diffuso consenso sociale sul fatto che si possa essere totalmente ignoranti in matematica, o che possa bastare il saper fare di conto per sopravvivere. Purtroppo la consapevolezza sulla matematica nasce innanzitutto a scuola e qui, secondo me, bisogna puntare soprattutto sulla matematica ricreativa, quella applicata e su statistica e probabilità, che poi sono gli aspetti che maggiormente sono presenti nelle famigerate prove invalsi. Sono anche argomenti che si possono utilizzare su un blog e che, sia nel breve ma anche nel lungo periodo, possono risultare interessanti qualunque sia l’età e il grado di istruzione del lettore.

Tutto il contrario in psicologia e in parte nelle neuroscienze. Il linguaggio facilmente comprensibile spinge erroneamente a pensare che la psicologia sia facile. Prima consegueza, tutti possono fare gli psicologi. Seconda conseguenza, l’apparente natura espositiva della materia psicologica sprona tutta la carica romanzesca dello psicologo (Freud era un rispettabile scrittore). Terza conseguenza, tra le altre cose porta a credere che la figura dello psicologo sia rimpiazzabile da un buon amico di cui ci si fida o una figura altrettanto disponibile ad ascoltare e dispensare consigli. Apro una parentesi: la ricerca, la psicologia sociale, l’ambito riabilitativo, il lavoro ospedaliero in reparti critici (ad esempio oncologia, neonatologia), i tribunali giudiziari, solo per citarne alcuni, non vengono mai in mente come luoghi dove si possa incontrare uno psicologo. In Italia, lo psicologo sembra condannato ad essere ridotto ad una banale figura confessionale.

E quindi, la psicologia come può essere divulgata?
Dovete sapere che ho sempre preso pessimi voti nei compiti di italiano a scuola. Scrivevo tanto e non riuscivo spesso a stare in tema. Dovevo parlare di tante cose. Disorganizzato, ossessivo. Poi iniziai a scrivere di meno, ad essere più cauto nelle previsioni, evitai la troppa sicurezza nelle conclusioni. In sintesi, less is more. Meno è più.

E iniziai a prendere ottimi voti.

link all’articolo su DropSea

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