Un recente studio basato su migliaia di interviste mette in luce i risultati negativi che una psicoterapia può generare sul cliente. La psicoterapia nelle forme della psicologia cognitiva, psicoanalitica, del counselling o breve centrata sulla risoluzione dei problemi, anzichè ottenere successi terapeutici con una certa frequenza può causare nel paziente maggiori problemi.

La ricerca è stata compiuta in Inghilterra e nel Galles dal National Health Service ed è stata pubblicata nel The British Journal of Psychiatry. Due sono state le principali constatazioni dei 763 pazienti che hanno dichiarato di aver ottenuto risultati negativi (14.270 sono stati i partecipanti alla ricerca): non hanno ben compreso l’intervento terapeutico ricevuto e il fatto che siano state utilizzate tecniche terapeutiche non standard. I pazienti che riportano i peggiori risultati appartengono soprattutto alle minoranze etniche e sessuali. I ricercatori su questo punto suggeriscono che il terapeuta dovrebbe essere formato su una migliore “competenza culturale”. 

Onestamente, l’espressione “competenza culturale” non la trovo molto felice per via degli innumerevoli significati cui rimanda e che all’atto pratico diventa difficile implementare in una terapia psicologica. Il punto che mi sembra interessante è l’insufficiente quantità di informazioni che il terapeuta fornisce al paziente sull’intervento terapeutico. Non è una questione semplice, perchè in ambito “umano” le cose sono più complicate rispetto all’ambito “non umano”. Ad esempio, posso spiegare come è fatta e come funziona una bicicletta (ambito non umano) ad un bambino, ma non posso spiegargli come pedalare (ambito umano) se non guidandolo mentre fa pratica.

Inoltre, la spiegazione del terapeuta riceve sovente un’attenzione debole per via dei diversi fattori che contribuiscono all’apprendimento di nuova informazione. Nel caso della psicoterapia ad esempio il paziente per definizione è in uno stato di ricezione “alterato” dal suo problema. Aggiungo una provocazione: la teoria serve più al terapeuta che al paziente per capire verso dove esplorare l’esperienza psicologica del paziente, un po’ come serve al meccanico sapere come funzioni il motore piuttosto che al proprietario dell’automobile che chiede aiuto per aggiustarla. Compito del meccanico/terapeuta non è spiegare il funzionamento astratto del motore, quanto i presunti meccanismi (lo stile di guida) che hanno condotto al problema meccanico.

Così al primo colloquio di psicoterapia è difficile poter spiegare al paziente come lavorare ad esempio sulle emozioni. Perchè la descrizione manualistica dell’intervento per quanto didatticamente ineccepibile spesso ha un’influenza informativa poco concreta. Nella maggiorparte dei casi il paziente nemmeno ascolta l’intera spiegazione. Al contrario, il paziente ascolta “la relazione” e cerca di capire che tipo sia il terapeuta e se può essergli utile in qualche modo. Si basa su tutta una serie di caratteristiche di prima mano, la cosidetta “prima impressione” su cui imposterà le proprie aspettative sulla terapia che “sente” congruenti con la “prima impressione”. Dal primo colloquio e nelle successive decine di incontri ci sarà una mutua sotterranea negoziazione sulle certezze di prima mano che il paziente (ma anche il terapeuta) ha a disposizione e cerca di conservare. Sono in gioco grossi temi personali, disagi profondi, vulnerabilità, paure mai del tutto circoscritte.

Il paradosso insomma consiste nel fatto che la spiegazione dell’intervento nei primissimi colloqui ha generalmente la funzione che può avere il bugiardino di un farmaco. Sarà l’esperienza terapeutica a maturare il significato dell’intervento terapeutico. Voglio dire che la teoria rimarrà chiara per il terapeuta mentre i risultati – minore sofferenza rispetto alla condizione iniziale – saranno chiari al paziente. Probabilmente il paziente imparerà lungo il percorso la tecnica investigativa, ma ciò che conta sarà il riconoscimento personale di come funzionano i meccanismi che conducono ad una classe di comportamenti controproduttivi. L’asimmetria per quanto paradossale fa parte della psicoterapia. La “minore sofferenza” come esito benefico della terapia si può tradurre in un rapporto sentimentale più stabile o nella gestione più controllate di un’emozione o nell’estinzione di una dipendenza. 

Nel quadro generale, sarà una diminuzione quantitativa di sofferenza.

link alla ricerca sul The British Journal of Psychiatry

 

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