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Fino all’alba ho fatto esperienza di un sogno solo verbale, quasi zero immagini. Ripetevo con poche varianti questo concetto: “il cervello è come un pianeta popolato da civiltá in perenne competizione”. Ho ripetuto queste parole nella profondità del sonno in loop fino all’alba.

Qualcosa mi dice che dietro questa esperienza ci siano due antecedenti: il caldo di questi giorni per cui non dormo bene e aver osservato il comportamento stereotipato di un bimbo con autismo il giorno prima in un locale. Il bambino cliccava ripetutamente i tasti pausa e play mentre osservava un video sul tablet. Manifestava un piacere incredibile. Apro una parentesi: agli occhi di un analista comportamentale il termine “piacere” non dice gran chè, anzi è un non senso. Più correttamente dovrei dire: ho osservato il bimbo muovere braccia e mani in modo circolare, mostrando un’attivazione motoria che, in un asse che va statisticamente dal piacere al dispiacere, è collocabile nella parte dedicata al piacere.

Quel loop comportamentale del bimbo con autismo presumibilmente è una delle origini del mio sogno. I contenuti sono molto diversi. Il bimbo sperimentava il “piacere” di scoprire e controllare una relazione di causa ed effetto (“se clicco succede questo”). Non verrà mai sottolineata abbastanza l’intensa emozione che un essere umano prova nello scoprire e manipolare tale relazione. Nell’autismo tale relazione viene riprodotta possibilmente all’infinito.

Nel mio sogno il cervello veniva concepito come se fosse un luogo che non appartiene ad un essere umano e ai suoi stati mentali. Il cervello è una metafora astronomica. Ho letto altrove che il cervello si espande come l’universo. E mi viene in mente che Lucrezio per dimostrare l’infinità dell’universo proponeva l’immagine di un arciere che giunto ai limiti del cosmo scoccava al di là una freccia. C’è sempre qualcosa oltre.

Nel caso di un autostoppista, dopo i confini del sogno c’è la realtà.

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