Datemi uno psicologo e un punto di applicazione e sollieverò il mondo. La trappola dello psicologo di Archimede  consiste nell’illusoria convinzione che lo psicologo possa lavorare potenzialmente in ogni settore lavorativo. E per questo motivo si nota una impressionante asimmetria tra speranza lavorativa e realtà dei fatti. Nel mondo del lavoro, gli psicologi non trovano molto spazio.

Senonchè questa considerazione non contraddice il fatto che ci sia una moltitudine di contesti lavorativi congeniali alla presenza dello psicologo, fenomeno che probabilmente non trova riscontro nella maggiorparte delle altre professioni. Da qui ne deriva la metafora della leva di Archimede, qualsiasi sia la sua destinazione la duttilità professionale agevola l’inserimento dello psicologo in ambiti apparentemente non necessari.

Dopotutto, occupandosi di emozioni, comportamento e pensiero, la psicologia consente allo psicologo virtualmente una ubiquità professionale. Ma paradossalmente questa dilatazione professionale che lo trasforma in una specie di leva archemidea ha delle conseguenze disastrose sulla sua concreta sfera di azione. In poche parole, viene formato su troppi saperi astratti con poca esperienza sul campo esaurendone a monte una specificità di azione che lo renderebbe insostituibile. Esperienza quasi mai sincronizzata con l’apprendimento formativo e rinviata quasi del tutto all’inserimento lavorativo, di per se stesso aleatorio. 

C’è un altro aspetto che impressiona in questo quadro delle cose: lo psicologo si occupa della mente dell’uomo e qui in Italia più che in altri paesi automaticamente significa associarlo alla nobile sfera della filosofia. Esemplare è il significato che connota la psicologia in ambito scolastico. Una laurea in psicologia consente di abilitarsi per insegnare nella nuova classe di concorso A18 (ex A036, storia e filosofia) che racchiude “Filosofia e Scienze Umane”. Insomma, è molto probabile trovare un laureato in filosofia che insegni materie psicologiche nelle scuole, situazione che non trova troppe obiezioni. Qualcuno direbbe che la filosofia è alla base della psicologia dato che da millenni i filosofi hanno ragionato sulle principali questioni del pensiero e del comportamento. È vero, come lo è pure per la fisica o la medicina, le quali nel corso del tempo hanno sempre consolidato i limiti che le differenziavano dalla grande famiglia filosofica. Chi prima chi dopo, le varie discipline sono cresciute senza per questo confondersi con la presunta origine filosofica. 

E forse il punto è proprio questo. Quando la psicologia e gli psicologi (e le principali istituzioni in gioco, non ultimo il pubblico nel suo immaginario) prenderanno consapevolezza dei propri limiti, allora l’asimmetria che fa oscillare ogni psicologia tra presente e passato sarà ridotta a vantaggio del futuro. 

E non avremo più questa dannata convinzione di poter essere la leva di ogni banalità che la professione è finora destinata a rappresentare.

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