L’esperimento descritto nel video funziona così: dentro la stanza del robot ci sei tu. Cosa fai? Il lavoro di un programma che traduce frasi scritte in cinese. Ricevi input esterni in lingua cinese e li traduci seguendo le indicazioni di un buon dizionario dove sono scritte tutte le regole grammatiche e sintattiche della lingua cinese. Appena finisci la traduzione, scrivi tutto in modo chiaro e leggibile in italiano, impacchetti nel formato opportuno e mandi in output. La traduzione viene letta dall’utente esterno che ne è soddisfatto. Si fa un’idea precisa, il computer conosce il cinese.

Nel 1980 il filosofo americano John Searle presentò questo esperimento mentale per dimostrare che una macchina non può mai pensare come una mente umana. Beninteso, riesce a tradurre il cinese in modo impeccabile al punto che una persona nata in Cina che parla cinese come prima lingua non sarebbe in grado di distinguere tra la traduzione della macchina e quella di un cinese bilingue. Però la macchina non capirebbe il significato delle frasi tradotte. In poche parole, il computer non è in grado di passare dalla sintassi alla semantica. È in grado di restituirci una traduzione che rispetta la logica costruttiva di una frase (ad esempio: soggetto, verbo, complemento), ma non ne capirebbe il significato (riferimenti simbolici, concettuali, informali). Questi sono appresi tramite l’esperienza sociale e sono frutto di una storia umana condivisa.

Con l’esperimento della stanza cinese presentato in un articolo intitolato Minds, Brains and Programs, Searle volle dimostrare ai sostenitori dell’intelligenza artificiale forte che, nonostante la potente capacità computazionale, una macchina non sarà mai capace di comportarsi come la mente di un uomo. Può simulare singole capacità cognitive (memoria, riconoscimento, linguaggio, pianificazione, etc.) e in questa prospettiva Searle concorda con una versione debole della teoria dell’intelligenza artificiale, però la macchina non può comportarsi come un’entità pensante capace di produrre significati.

L’articolo continua ad avere un forte impatto nel dibattito accademico e nella comunità online tra gli studiosi di intelligenza artificiale e della mente umana. In un certo senso, si tratta di un tipo di suggerimento educativo che potrebbe avere interessanti risvolti pragmatici nella didattica della scuola italiana. Caro insegnante, puoi insegnare al tuo alunno tramite il libro come funziona l’oggetto della tua materia. Ma senza esperienza, il tuo studente difficilmente potrà comprenderne appieno i significati profondi. Vale per tutti, dall’umanista al naturalista.

Ti dirò di più: senza esperienza si dimentica presto.