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L’industria della felicità è il titolo di un ebook, The happiness Industry, che mi hanno segnalato e sto leggendo purtroppo un po’ a singhiozzo in questi giorni. Sembra interessante, nonostante l’evidente presa di posizione contro il sistema capitalistico dei nostri tempi.
Dall’introduzione ho sottolineato questo passaggio:

[…] Ma oggi dobbiamo prendere atto che all’evidente proliferare dei sistemi di sorveglianza corrisponde un miglioramento della salute, della felicità, del piacere sensoriale. Mettendo da parte i motivi che stanno dietro questo processo, se pensiamo che ci sono dei limiti su quanta parte della nostra vita debba essere gestita secondo gli esperti, allora dovrebbero esserci dei limiti sulle attese verso il benessere fisico e psicologico. Ogni critica sui sistemi di sorveglianza ubiqui dovrebbe includere ormai una critica verso l’ottimizzazione [maximization, nda.] del benessere, anche a rischio di essere meno in salute, in felicità e in benessere. 

Il ragionamento di base è questo: una vasta gamma di tecnologie è oggi disponibile nel mercato per monitorare, misurare, analizzare i nostri sistemi fisiologici ed emotivi, grazie ad esempio alle ultime applicazioni disponibili dagli orologi smart da polso alla tazza Vessyl attrezzata di sensori che controlla cosa stai bevendo. E’ vero, le ricerche sono in fase pioneristica. Ma i primi risultati tecnologici e statistici sono sorprendenti. Ne scaturisce un’enorme quantità di dati che riguarda la nostra condizione psicofisica, cioè possibilità inesplorate di benessere a patto che il mondo interiore sia identificato anzicché rimanere nascosto persino all’occhio del suo proprietario.

Siamo destinati, in questo tratto di storia culturale, a diventare trasparenti.

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